Nkabune 2001: Niente vale quanto il sorriso di un bambino
Una persona lavora tutto l’anno, arriva agosto e cosa fa? Va in ferie. Ma dove? In Kenya, a Nkabune. Non è l’ennesimo ed esclusivo viaggio ai tropici, qui si tratta di qualcosa di più bello: c’è da ristrutturare ed ampliare un orfanotrofio. E’ urgente e non c’è un minuto da perdere. Per i cinquanta bambini e ragazzi che già lo abitano e per tutti gli altri, che ora vivono sulla strada, abbandonati a se stessi.
Per il ricordo di Giacomo. E per il mio papà. Ci sono davvero tutte le premesse per partire e così, con cinque amici di Villa d’Adda ed altri provenienti dai paesi vicini, abbiamo formato un gruppo di venti persone.
Tutto è stato pensato e programmato nei minimi dettagli: l’invio del materiale occorrente attraverso i containers, la raccolta di fondi. Tuttavia restava in me l’incertezza di ciò che là avrei trovato e vissuto.
Invece arrivi e trovi un paesaggio diverso dalla savana arida che avevi immaginato. Vedi i contrasti tra i colori bellissimi della vegetazione e della terra.
Ricevi un’accoglienza splendida e il sentire che loro sono orgogliosi di averti lì ti fa stare bene.
Vedi che i bambini e i ragazzi di questo orfanotrofio, adottati a distanza, vanno a scuola, hanno qualcuno che si occupa di loro e la possibilità di un futuro migliore. Ti sorprende quanto siano felici e contenti con poco: i loro giocattoli sono un pallone sgonfio e una corda per saltare. Qui le persone si accontentano di quel poco che hanno, vivono con la frutta e la verdura raccolta.
Non pretendono di più e non cercano altro.
Prima di ripartire, ho regalato le mie ciabatte ad una ragazza. E’ stato come se le avessi donato la cosa più grande. Ti riscalda il cuore l’entusiasmo che questi bambini manifestano, un giorno, quando ci vedono camminare insieme e, sbucando da ogni parte, gridano con gioia "Musungu", che significa uomo bianco.
Scopri che la condivisione di tutto, con i tuoi compagni di viaggio, è la forza che ti aiuta a superare ogni difficoltà, anche la mancanza di acqua, perché lo spirito umanitario che ti ha condotto lì è tenace e ti stimola a non arrenderti.
Ti accorgi che non stai semplicemente lavorando e costruendo come fai sempre. Lavori volentieri, con tranquillità, senza frenesia, ridendo e scherzando.
Vivi per quattro settimane con i bambini, giochi a calcio con loro, e un po’ di loro ti rimane dentro. Adesso sono qui, a casa, con un senso di tranquillità e di pace.
Perché non ho dato, ma ho ricevuto la cosa più grande. Da questi bambini e dal loro sorriso.
Alberto